Da giovane ho studicchiato musica. Verso i vent’anni ho cominciato in modo più continuo a fare il tecnico del suono.
Ovviamente, si inizia con roba amatoriale.
Tipo mettere un microfono assurdo sopra un mangianastri Philips K7 per fare in modo che almeno le prime file sentissero un po’ di musica gracchiante.

Quando è diventata una cosa più seria ho lasciato gli strumenti per dedicarmi solo alla parte tecnica.
Ho sempre giustificato la cosa dicendo che dopo tutto ci sono stati e ci saranno musicisti migliori, ma non sempre con un bravo tecnico a disposizione. E comunque questa è una verità.

Ma la verità, quella unica, l’ho capita solo stasera, a distanza di anni.

La verità è che quando stai sul palco, anche se hai i fari puntati negli occhi, riesci a guardare chi sta sotto. E fra tutti quelli che sono presenti, non sempre trovi gli occhi che avresti voluto.
Non si sale mai su un palco per il pubblico. Si sale su un palco perché fra il pubblico c’è qualcuno cui vorresti fare sentire quell’accordo, quel piccolo assolo. Quella battuta, scritta così bene che ogni volta che la reciti ti fa sentire male perché non l’hai scritta tu.

Anche quando non sai chi è, quel qualcuno c’è.

E stando dietro a un mixer, che di solito è in fondo alla sala, in un punto buio, non vedi gli occhi del pubblico ma solo schiene e nuche. Non sai se quelli occhi che speravi di vedere ci sono. Non puoi restare deluso.