Il tempo passa, le storie si accumulano. Gli eventi si sovrappongono.
A volte lo fanno in modo crudele, come quando capita che due giganti, ognuno per il suo genere e la sua modalità, ci lasciano nello stesso giorno.

Diciassette anni fa muore Fabrizio De Andrè.
In questi anni non credo che si possa negare che è mancata la qualità della sua opera. Il mediocre che avanza è ormai regola, statuto del tempo.

Anche se non ho mai fatto il tecnico ai suoi concerti, mi piace pensare che è sempre possibile che qualcuno, sui suoi palchi, abbia usato qualche aggeggio su cui ho lavorato. Un diverso modo di esserci. Diverso come il suo modo di raccontare le cose, forse un modo anarchico di farlo.

Il primo LP che comprai, una vita fa, fu “in concerto con la PFM”. Esisteva solo quello che poi sarebbe diventato “volume 1”. Non avevo lo stereo. Ascoltavo i dischi sulla vecchia radio con giradischi (rigorosamente mono e valvolare) di mia mamma. E c’era un brano in cui per problemi vari la puntina saltava sempre. L’ho ascoltato così tante volte che quando risento il brano oggi, senza quel salto, perdo il ritmo del brano, c’è qualche parola in più.

Avevo solo 3 LP, per cui l’ascolto era abbastanza continuo. Ma mi piace pensare che i suoi testi mi abbiano guidato, mi abbiano fatto andare a cercare cose e significati. Sensi, direzioni.

Grazie per esserci stato, Faber.