Se vai fuori li vedi. Sono dappertutto. Sono quelli che comunicano.

Li vedi, li riconosci. Camminano concentrati, con il telefono davanti alla faccia, ma senza telefonare. Loro comunicano.

Parlano, parlano. Fiumi di parole, torrenti impetuosi che cercano di trovare la strada nelle rapide del senso di un discorso che scorre, scorre, sbrodola fuori dall’auricolare di qualcuno.

È triste vedere queste scene, capire che si sta facendo il funerale al dialogo.
Comunicare non è dialogare. Il dialogo è qualcosa di più intimo, in un dialogo ci sono cose che passano nelle pause, si infilano fra i silenzi, nelle pause per respirare.
In un dialogo una domanda può restare senza risposta, ad esempio.
Il comunicato è impietoso. Va, va, va. Se perdi una parola torni indietro e poi riascolti (o riascolti dall’inizio), prima di incazzarti perché la parola s’è persa in un buco informatico. Ma non c’è l’altro a cui dire “scusa, puoi ripetere?”.

Il comunicato suona circa così: «Senti, siccome non sono sicuro di avere quello giusto e devo sistemare quel pezzo che vibra sempre e mi da fastidio, hai presente?, che poi non ti dico… ma penso che tu possa avere uno di quelli universali che così siamo sicuri che hai la punta giusta. mi fai sapere? Grazie, ciao.».

Il dialogo circa così: «Ciao. Disturbo?»«No, certo, che succede?»«Mi occorrerebbe un cacciavite, ma non so la misura esatta della vite. Puoi prestarmi quello universale?»«Certo. Passa quando vuoi.».

Credo che uno dei motivi per tutto questo sia l’abuso di roba come Whatsapp e la profonda conoscenza della materia dell’utente medio, che classifica tutto come “gratis”, salvo chiedersi perché “ho finito i giga” sia ormai un classico tipo “scusa, c’hai centolire?”.

Ma credo anche che dipenda dal fatto che la gente non voglia più contatti con la gente, perché dialogare è insidioso. E se l’interlocutore ti chiede di soppiatto “Come stai? È un po’ che non ci sentiamo…” è pesante, è invasione della privacy.

Che poi sono quelli che sono capaci di accusare l’altro con frasi tipo «non parliamo più» senza chiedersi se sia un’accusa provata, valida per la pena capitale.

Come se comunicare fosse uguale a dialogare.