Il mondo della musica è sempre stato parte della mia vita.
Da ragazzino ho studiato un po’ la tromba, poi pian piano qualche tastiera e quindi la chitarra.
Ma, come dico sempre, c’è sempre tanta gente più brava a suonare, quindi la mia strada è stata quella del fonico, quello che fa suonare gli altri.

Ma anche lì ci sono arrivato per gradi. Ero iscritto a ingegneria quando facevo il servizio civile e subito alla fine del 20 mesi di servizio (più i 17 di attesa destinazione), ci fu l’occasione di andare a lavorare in una grande azienda del settore, che era a pochi chilometri da casa, così lasciai gli studi per passare dall’elettronica teorica a quella pratica.
È così che ho conosciuto “dal vivo” il mondo degli strumenti elettronici.

Ogni volta che compravo un disco la prima cosa che facevo era leggere i credits, guardavo che strumenti erano indicati, chi curava la strumentazione e chi si era occupato dei suoni.

Quando ho visto la pubblicità di questa mostra, un “museo temporaneo del sintetizzatore marchigiano e italiano”, ho deciso che sarei andato a vederlo. Ed è stato fantastico.

Strumenti che avevo sentito nominare, altri che conoscevo dai dischi, alcuni che non sapevo nemmeno fossero esistiti. E tutti VIVI!

Marchi che non esistono più a fianco di altri rinati e altri che hanno resistito al tempo e oggi sono l’avanguardia del settore.

Quando mi hanno raccontato che uno dei progettisti ha trovato in mostra l’unico campione esistente del suo sintetizzatore, oppure che è visibile una tastiera con lo chassis di un colore “temporaneo” non arrivato sul mercato, ho capito ancora di più l’importanza di questa mostra.

Che meriterebbe non lo spregevole appellativo di “temporaneo” ma dovrebbe essere stabile, accessibile ed ospitare eventi come quello che ho vissuto la sera: una jam session di amanti di questi sintetizzatori degli anni ’70 affiancati da due giovani progettisti di apparecchiature odierne. Una esibizione da pelle d’oca, per la quale ho pure fatto da fonico.

Vero, oggi i ragazzi vogliono software, vogliono “i plug-in”, vogliono strisciare le dita sugli schermi dei loro tablet, ma quanto manca la conoscenza, il sapere come viene generato “quel” suono, quanto studio c’è in realtà dietro a tutto questo: ingegneria, certo, ma anche fisica, acustica, ed altro ancora.

Speriamo in un futuro più grande.