Era il 1979. Con i sudati risparmi andai al tempio dei dischi, la Dimar. Forse il commesso era il mitico Mike Clark, forse la signora che non ho mai saputo come si chiamasse.
Uscii dal negozio con 2 dischi: Dal vivo con PFM, di Fabrizio De Andrè e questo Yellow Magic, di un gruppo che non conoscevo. E portafogli vuoto.

Non avevo lo stereo. Avevo e ho ancora una vecchia radio con giradischi, prodotta nei primi anni ’60 e probabile regalo di nozze dei miei genitori. Con i 45 giri andava, ma con gli LP la puntina, delle dimensioni di un chiodo, non era proprio adatta.

Avevo già chiaro che l’elettronica sarebbe stata fondamentale nella mia vita. Con un amico costruivamo e vendevamo delle luci psichedeliche letali, senza la minima protezione, con un triac e un potenziometro, direttamente a 220V. Da qualche parte dovrei avere anche il pezzo di cacciavite rimasto dopo un cortocircuito durante l’assemblaggio… fu una scintilla veramente potente. Fatto sta che la radio era rigorosamente mono e per avere una parvenza di stereofonia avevo saldato un secondo altoparlante a quello interno, e quello era il mio “stereo”.

Ma questo disco, che avrei scoperto poi intitolarsi Tong Poo, era opera prima di un gruppo strepitoso, un trio dal nome evocativo: Yellow Magic Orchestra.

Anni dopo, nel 1986, scoprii che Ryūichi Sakamoto è un grande compositore, quando nella fonoteca del comune di Nonantola, dove prestavo servizio civile, misi sul giradischi la colonna sonora del film Furyo del 1983. E pure attore!

Quel tipo di musica, elettronica, cambiava i paradigmi per un ragazzetto ignorante di estrema periferia. Si può fare musica con qualsiasi cosa e loro avevano due brani che prendevano come base suoni e musiche di videogames delle sale giochi.
Quei suonini banali, anche fastidiosi, diventavano musica ed erano pure ballabili.
La percezione della musica mi è cambiata, in modo prepotente. Yellow Magic Orchestra, Kraftwerk, Tangerine Dream, Rockets… mi crearono tunnel che collegavano tutto. Così c’erano i cantautori, come De Andrè, c’era l’elettronica, c’erano le mie prime scoperte del blues grazie a Eric Clapton, il jazz con Henry Mancini. E non erano mondi separati, come potrebbe sembrare.

Un altro gruppo che non conoscevo, credo fossero anche loro tedeschi, erano gli Automatt.
Noi andavamo in discoteca la domenica pomeriggio. Altro Mondo Studios, a Rimini. Ci portava un genitore perché d’inverno è un freddo becco e non avevamo macchina e patente, alle due del pomeriggio, e tornavamo con il treno delle 19.
In quella discoteca c’era la cabina del DJ che aveva la forma di una mosca e usciva dal pavimento mentre dall’impianto usciva Droid (appunto degli Automatt) a volumi spaventosi, con ballerine e ballerini vestiti da alieni che si muovevano nel fumo in mezzo ai laser. Oggi Droid è la suoneria del mio telefono…
Tutti a ballare, tranne me. Ipnotizzato a guardare la cabina del DJ e tutti i comandi delle luci, degli effetti…

Non lo sapevo ma il mondo del suono e delle luci sarebbe stato parte della mia vita.

Qualche giorno fa in un negozio di roba usata vedo una pila di LP e do un’occhiata. In mezzo ai dischi vedo Yellow Magic, e d’istinto lo prendo. C’è solo la copertina e il negoziante me la regala. Ora è appeso alla parete, mi sembrava un giusto tributo.
Il mio invece è ancora lì, sullo scaffale, ben protetto dalla busta in plastica.
Forse dovrei trovare un po’ di spazio per riesumare il giradischi (quello stereo, però).